In principio fu De Chirico.

mod247a_6_bannerpress1

In principio fu De Chirico.
Come se prima e dopo non ci fosse nulla, o che niente d’importante, nella storia dell’arte, potesse più passare senza la mediazione del suo filtro. Come se il senso della pittura moderna, e della pittura più in generale, fosse stato individuato finalmente, liberando gli artisti post-ottocenteschi dalla condanna di dover ricorrere alla precarietà dello sperimentalismo. Come se nella dimensione artistica, lirica e intellettuale introdotta dalla Metafisica ci sia tutto lo spazio disponibile per ciò che un artista può essere in grado di esprimere, ieri come oggi, oggi come domani.
E’ questa la premessa, storica e metastorica, che ci permette d’introdurci nell’arte di Antonio Nunziante, di cui mi ritrovo nuovamente a scrivere.
De Chirico, dunque, prima di ogni altra cosa. Ma si sbaglierebbe, credo, a ritenere che Nunziante abbia stabilito con l’opera di De Chirico un rapporto rigorosamente accademico, come un ripetitore meccanico all’infinito dei suoi modelli, o che il suo massimo obiettivo sia quello di fare della “Neo-metafisica”, più ancora di quanto non fosse quella, spesso un po’ stanca e autocelebrativa, che De Chirico ha intrapreso negli ultimi due decenni della sua vita.
Per Nunziante, non può esistere una “Neo-Metafisica”. Esiste una Metafisica, sempre la stessa dal momento della sua geniale scoperta. Perché la Metafisica è qualcosa di più di una semplice esperienza artistica e intellettuale dell’uomo del Novecento, per quanto importantissima, tappa fra le più notevoli e originali della cultura italiana del secolo scorso, con la sua precisa collocazione storica, con i suoi estremi cronologici, come una qualunque altra esperienza della prima Avanguardia.
No, la Metafisica non può essere solo questo, altrimenti sarebbe una contraddizione in termini. Se è Metafisica, letteralmente, allora è qualcosa che va oltre i limiti della materialità, dunque anche oltre i confini della storia e del tempo, intendendo con la prima la registrazione dell’avvicendarsi del secondo. Ed è anche qualcosa che va oltre i limiti della geografia, dato che l’iniziale riferimento all’Italia, per quanto a Nunziante e a noi così caro, si è subito universalizzato, diventando un patrimonio condiviso da tutti.
Se è Metafisica, se è superamento della storia e della geografia, se è patrimonio condiviso dal genere umano, allora non può che essere categoria dello spirito.
Nessuno può stabilire un “prima” e un “dopo” per una categoria dello spirito. E’ un assoluto, un eterno presente, con De Chirico che vive ancora fra noi attraverso la lingua che ha individuato e che ci ha insegnato a usare. Potremo dire altrettanto del Futurismo o del Cubismo, per dire di due esperienze coeve, e non certo meno importanti dal punto di vista storico? Non credo. Sono state nuove forme di linguaggio, fra le prime a individuare nello sperimentalismo lo sbocco forzato dell’arte moderna, ma a cui non è corrisposta la scoperta di una specifica dimensione dello spirito. E in quanto tali, sono rimaste legate alla loro storia, al loro tempo, alle loro geografie. E’ patrimonio del genere umano, ma in un senso relativo, come memoria di un passato che non ha un’incidenza diretta con il presente. Sono rimasti prima Avanguardia, quindi fenomeno museale, certo rispettabilissimo, ma chiuso sotto teca. Dire oggi di fare Cubismo o Futurismo vorrebbe dire fare del passatismo, rievocare qualcosa che storicamente ha avuto un inizio e una fine ben precisi. Dire oggi di fare Metafisica, invece, può voler dire benissimo fare dell’attualità. Perché la Metafisica, a differenza del Cubismo o del Futurismo, non è solo un linguaggio, né solo uno stile. La maggior parte dei Futuristi avrebbero fatto marcia indietro, travolti dal delirio di una Grande Guerra che avevano auspicato, non riconoscendosi più nella rivoluzione formale ed estetica che avevano innescato. Finiti gli anni del Cubismo, Picasso avrebbe affermato che lui non ricercava, trovava. De Chirico ci era già arrivato prima di lui, e in modo molto più stabile e convincente di quanto non farebbe credere Picasso: aveva trovato, quasi al primo tentativo, e aveva creduto bene di non muoversi da quel traguardo conseguito. Se Picasso trova, e non sono sempre certo che sia così, lo fa all’interno di un discorso artistico estremamente personale, seppure comprensibile e apprezzabile da tutti quanti. De Chirico agisce in modo diverso da lui: apre la porta a un nuovo universo espressivo, un nuovo modo di mettersi in relazione con sé stessi, con la propria immaginazione e con il mondo, non legato rigidamente alla sua sfera personale, ma adottabile da chiunque, come lo stesso Nunziante dimostra. E’ questa la grande differenza. Picasso fa riferimento solo a sé stesso, non esiste un “Picassismo” che tutti possiamo sentire come una cosa che sia intimamente nostra. Chi vuole capire Picasso, deve accettare la centralità di Picasso sul mondo.
De Chirico, invece, diventa uno dei riferimenti possibili all’interno della speciale dimensione dell’anima, la Metafisica, che lui ha scoperto. Lo è come Savinio, come il Surrealismo di Breton, Magritte, Delvaux, come il Realismo Magico italiano e certe forme della Neue Sachlichkeit, come la figurazione esistenzialista del dopoguerra, e tutte le riedizioni artistiche che queste esperienze hanno avuto nel corso degli anni successivi, Nunziante compreso. Lo è come potrebbero essere tanti fatti ancora a venire, nuove esplorazioni dietro la porta che De Chirico ha aperto ormai quasi un secolo fa, scoprendo qualcosa di enormemente più grande di sé stesso. La Metafisica sta sopra questo passato, questo presente, questo futuro, come una grande nuvola, come un grande contenitore dello spirito sempre pronto a muoversi e a cambiare forma. E oggi che della Metafisica siamo i costanti beneficiari, c’è da chiedersi come sia stato possibile che l’arte abbia impiegato così tanto tempo ad aprire quella porta. In realtà, in De Chirico è stata la grande presa di coscienza di qualcosa che già esisteva nella pittura a lui precedente, come Nunziante sa benissimo, in Piero della Francesca come in Chardin, in Paolo Uccello come in Vermeer, in Baschenis come nei Simbolisti, e così all’infinito. Ogni volta che un artista si è proposto di mettersi in rapporto con il mondo non per riprodurre fedelmente le sue apparenze, ma per interpretarlo e reinventarlo, eccedendo nella razionalità fino a sfiorare il suo esatto contrario, ha sempre assunto un atteggiamento metafisico. De Chirico è stato il primo a capirlo fino in fondo.
Nunziante, quindi, metafisico, ma non per forza dechirichiano. Uno degli aspetti più importanti del legame fra Nunziante e la Metafisica è che egli arriva a concepirla come un “a priori” non per passiva adozione di un credo ma attraverso l’empirismo del proprio percorso pittorico. Un primo momento di questo percorso è consistito nell’acquisizione della consapevolezza che in arte il mestiere rimane sempre una cosa necessaria. Lo è anche quando negli artisti contemporanei il mestiere diventa qualcosa di ben poco convenzionale, come nel caso, per esempio, di Pollock e di Burri. Per Nunziante, figlio di artigiano, il discorso è stato più semplice. Mai ha creduto, come fanno molti suoi colleghi, che l’arte moderna sia una mezzo in grado di emancipare gli artisti dall’obbligo di possedere delle capacità manuali. Nunziante deve essere stato sempre convinto che la tecnica sia lo stile. Per lui, recenti scoperte radiografiche come quelle che hanno portato a chiarire quale fosse la vera tecnica di Caravaggio, non “alla prima”, come fino a ieri si era creduto, ma abbozzando le figure con la biacca che ricoperta da successive velature cromatiche esaltava i contrasti chiaroscurali, devono essere state delle sorprese solo parziali. Caravaggio non è un nome ininfluente nelle scelte di Nunziante. Se Nunziante è pittore di oggetti e di ambienti che possono fare a meno della presenza umana, pur testimoniando profondamente di essa, è indubbio che il primo a farlo non sia stato De Chirico, ma Caravaggio. Con Caravaggio, l’oggetto diventa per la prima volta un soggetto, non meno capace di esprimere valori pittorici di una storia mitologica o religiosa. Ma perché l’oggetto diventi un soggetto, perché la natura morta diventi un genere autonomo, è necessaria una specifica tecnica. L’artista non può che essere un tecnico dell’espressione, tutto ciò che può esprimere è proporzionale alla tecnica che adotta. Caravaggio è prima di tutto una tecnica, da cui dipende qualunque altra considerazione. Il fatto che ci abbiamo impiegato quattrocento anni per capire con chiarezza come Caravaggio dipingesse, tre dei quali dopo la scoperta dei raggi X, ci fa capire come in realtà abbiamo preferito interpretarlo secondo qualcosa di diverso dalla tecnica. Caravaggio era ed è prima di tutto l’abbozzo alla biacca, e noi ce ne stiamo accorgendo solo adesso, mentre credevamo di avere capito tutto su di lui.
Mai Nunziante ha creduto che si possano acquisire delle capacità manuali senza fare riferimento alla lezione tecnica ed espressiva dei maestri del passato. Di qui il secondo momento del percorso di Nunziante, che consiste nello studio della storia dell’arte. Nunziante si forma fra Torino e Firenze, è affascinato dal Rinascimento, nel rispetto della linea critica vasariana che riconosce alla Toscana il primato storico dell’arte italiana, ma non manca di appassionarsi all’arte fiamminga e nordica, uguale e contraria a quella italiana. Nunziante non manca di spaziare anche lungo il Seicento, secolo della natura morta come genere autonomo e di Vermeer, del Settecento di Chardin, giungendo fino a maestri più recenti come senza Böcklin, Dalì, Picasso e naturalmente De Chirico. E qui veniamo al terzo momento, la proiezione nel nostro presente dell’arte come mestiere e come storia. Il mestiere, quando fa riferimento alla tradizione, conduce alla storia e la storia ha la necessità di essere ricondotta al presente, se non vuole rimanere un patrimonio morto. Il linguaggio diventa allora un’equazione con cui mettere in rapporto questi elementi: bisogna parlare in un modo attuale, ma anche in maniera da non tagliare i legami con il passato, nel segno di una continuità espressiva che si rivolge all’interiorità dell’uomo e che non ha assolutamente terminato di dire tutte le cose che può dirci. Un linguaggio che sia quindi fondato sul mestiere, perché è la tecnica a determinare il modo in cui ci si esprime.
Il cerchio si chiude, ci avviciniamo alla meta: la soluzione dell’equazione è la Metafisica come “a priori”. Solo una dimensione fuori dallo spazio e dal tempo può permettere al nostro spirito di mettersi in comunicazione con altri spiriti, quelli dell’attualità, ma anche quelli del passato e quelli del probabile futuro. La Metafisica è una gradino sopra il linguaggio, è l’espressione cum figuris dello spirito che attribuisce valore “altro” agli spazi e agli oggetti con cui si manifesta, fuori dai limiti della loro fisicità. E’ espressione lirica ed enigmatica, pronta a sorprenderci e incantarci, perché lirica ed enigmatica è l’attività creativa e conoscitiva del nostro inconscio. E pochi artisti potrebbero farcelo capire meglio di Nunziante, che sempre lascia in sospeso la parola “fine”.


Vittorio Sgarbi